Il grande ritorno? Il teatro delle illusioni

Ah, finalmente ci culliamo nell’incanto di una data: il 13 giugno. La leggenda narra che la Lega di Serie A abbia deciso di ripartire in quella data, come fosse una specie di miracolo sportivo, un colpo di genio o semplicemente un’altra trovata per riaccendere le luci su uno spettacolo che ormai sembra più un déjà-vu che un evento reale. Chi poteva aspettarsi che il calcio, questo nobile sport, diventasse un simbolo di emergenza e incertezza? Mentre il governo si limita a osservare, con il sorriso amaro di chi sa che il suo ruolo di regolatore sembra più un optional che un dovere.

Le date: tra speranze e sogni infranti

Tra le putridi mura di una videoconferenza, la prima pietra? Il 13 giugno, come un’onda di speranza tra le rovine di un campionato sospeso. Eppure, basta un attimo di riflessione per capire che questa data sia più un auspicio che una promessa. La volontà di ritornare a calcare il prato verde viene sventolata come una bandiera tricolore, ma al di sotto si cela il dramma di un sistema che tenta di riaccendersi tra mille ostacoli: i protocolli medici, i diritti televisivi che stanno tra le nuvole e le paure di chi non vuole rischiare, nemmeno un po’.

Una ripresa da urlo… di confusione

Il calendario proposto? Un fiume in piena di partite che si susseguono ogni 3-4 giorni, come una maratona senza fine, quasi un tentativo disperato di recuperare un campionato ormai mitico. Immaginiamo il delirio di giocatori, allenatori e staff, tutti che si affrettano a scendere in campo come se fosse l’ultima gara della loro vita. E intanto, le pause sono riservate solo alle finali di Coppa e alle semifinali, perché evidentemente nel calcio di oggi l’unico modo per rispettare il tempo e lo spazio è rinunciare alla logica, alla coerenza e al buon senso.

Le partite rimaste? Un mosaico di incertezze

A marzo il campionato era fermo, ora invece si punta a recuperare 12 turni di fila, un po’ come cercare di aggiustare un orologio rotto, sperando che non si inceppi ancora. Tra recuperi e partite in sospeso, la sensazione di caos organizzato si fa strada più forte di una tifoseria urlante. Le partite che ancora attendono il loro destino sono come le tessere di un puzzle che, sebbene incompleto, deve per forza trovargli senso prima di doversi accontentare di un campionato incompleto e forse anche poco credibile.

Il calcio come paradigma del fallimento organizzativo

Ma cosa sta succedendo? È davvero semplicemente una questione di protocolli medici e di diritti TV non pagati? Oppure ci troviamo di fronte a un esempio lampante di come il calcio, e con esso tutto il sistema sportivo, abbia ormai perso la sua bussola? La sensazione è che si stia vivendo più di rendita emotiva, di titoli virtuali e di promesse non mantenute. La cosa che lascia il più amaro in bocca? Il fatto che, mentre si discute di date e di recuperi, la maggior parte dei tifosi si rende conto che forse tutto questo è solo un abile spettacolo di facciata, un modo per convincere qualcuno a non smettere di sognare.

Alla fine, forse, tutto si riduce a questo: un gioco di specchi, dove le date si rincorrono ma nessuno sa davvero quando il pallone tornerà a rimbalzare davvero sul prato. La verità è che il calcio, come ogni altra cosa in questa pandemia, ha dimostrato di essere più fragile di quanto si pensasse, più vulnerabile di quanto si voglia ammettere. E così, tra una partita di cartapesta e un protocollo scritto sulle nuvole, ci ritroviamo a porre domande senza risposta, a desiderare un ritorno che forse sarebbe più saggio aspettare, piuttosto che inseguire date che svaniscono come fumo nell’aria di un’estate troppo facile da prevedere.

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