Ah, il meraviglioso mondo del calcio italiano, dove le partite sono spesso più un’arte di improvvisazione che una strategia ben congegnata. E così, eccoci qui, pronti a commentare una delle partite più emblematiche di questa stagione: Milan-Atalanta. O forse, meglio dire, il capolavoro quotidiano di una squadra che, a furia di perdere occasioni d’oro, potrebbe tranquillamente candidarsi come ambasciatrice di un nuovo campionato: la Serie B del sarcasmo.

Quando il talento è un optional

Inizia il match e ci si aspetta forse un duello di classe, di precisione, di pura eleganza calcistica. Invece? Ebbene sì, abbiamo assistito a una farsa degna di un spettacolo di avanspettacolo, dove il talento sembra essere finito, sequestrato magari da qualche Intruder che ha preferito il divano al prato verde. Maignan, in porta, ci regala una delle sue solite performance: un 5 in pagella che fa pensare a un giocatore in vacanza, tra un selfie e un aperitivo. L’incredulità poi, quella sì, contagiosa: come si può prendere un gol con quella facilità, con quell’aria di chi si sta chiedendo se davvero ha ancora senso alzarsi la mattina?

Perché il gioco è da retrocessione?

Valutare la squadra nel suo insieme è un’operazione di pura fantasia. La difesa di De Winter, ad esempio, sembrava più una parodia degli attaccanti senza peso: senza personalità, senza idee, senza nemmeno il minimo senso di responsabilità. Un calciatore senza cervello, in sostanza, che invece di scatenare il delirio degli spettatori, scatena solo il piacere di segnare gol facili agli avversari. E questa, amica mia, è una delle tante scenette che ci permette di riflettere su quanto sia facile, con alcune squadre, cadere in trappole classiche: l’inerzia, il dolore di un’offerta mai arrivata, l’apatia che si insinua come muffa nell’angolo più nascosto del campo.

Il futuro? Magari in B, perché no

Il vero spettacolo è nella lettura degli eventi futuri: Champions League? Ma per favore, lasciamo perdere. La realtà, fatta di pagelle e di partite come questa, ci ricorda invece che il sogno europeo, uno di quei sogni con la copertina di velluto e l’odore di sconfitta, potrebbe finire con un viaggio in Serie B. Perché, se questo è il livello di gioco e di mentalità, la promozione a livelli superiori si trasforma in una linea tratteggiata tra il delirio e la disillusione. È quasi come se la partita fosse un film in bianco e nero, con tanto di siparietti comici e un finale scritto forse anni fa, quando nessuno ha ancora capito che il calcio, in Italia, ormai, è diventato una grande, sontuosa fotocopia di sé stesso.

Le pagelle: un recap di pura e cruda realtà

Il portiere Da Maignan, con il suo 5, ci ricorda che anche i maghi hanno i loro giorni no, e che forse, la magia, in questa stagione, si è trasferita altrove. La linea difensiva si aggira intorno al 5 o 6, con qualche punta di speranza di qualche giocatore che, forse, si ricordava di essere un professionista. Ma questa non è una squadra, bensì un collage di promesse tradite e di sogni infranti. La medaglia d’oro va invece alle soporifere azioni offensive, che hanno portato più iacchetti di nostalgia che di entusiasmo. E quando il regista sembra più un fan che un vero pilota, possiamo scommettere che il risultato sarà sempre lo stesso: un altro fallimento con tanto di applausi ironici del pubblico poco interessato a una squadra che ha perso la bussola, il senso e, ormai, anche la dignità.

Il calcio italiano: uno spettacolo da ridere o piangere?

Ma la domanda, forse, non ha nemmeno senso. Perché in fondo questo calcio, ormai, è come una commedia in un teatro abbandonato: tutti ridono, ma nessuno si diverte più. Si fa finta di credere a qualcosa di grande, mentre si aspetta solo il prossimo fallimento, il prossimo rischio di retrocessione, o la prossima cascata di soldi spesi male. E così, tra pagelle tra il tragicomico e il grottesco, ci troviamo a rimpiangere quei bei tempi in cui il calcio era sport, passione e, almeno, un’illusione di gioia autentica. Ora, invece, è solo uno spettacolo di burla, e nessuno sa più se ridere o piangere. Forse, la verità più crudele è che, in Italia, forse ci siamo abituati troppo bene, e ci siamo lasciati sedurre da un sogno che ormai è soltanto un ricordo sbiadito, un eco lontano di un calcio che un tempo era bello, ora solo una caricatura di se stesso.

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