Ah, la meravigliosa arte della tattica calcistica, quella sofisticata al punto da far sembrare il gioco una partita di mosca cieca con un pallone. Questa volta la scena si sposta a Cremona, dove il Milan, con tutta la sua grandeur di club di successo, decide di mettere in mostra il suo nuovo/vecchio tridente offensivo, come fosse la soluzione definitiva ai mali cronici di una squadra che, a dirla tutta, ha bisogno di un po’ più di comprensione e un po’ meno di tattiche da rivista di gossip sportivo.
La mossa che poteva cambiare tutto
Il signor Allegri, probabilmente ispirato da un’epifania tra un caffè e l’altro, decide di schierare un tridente che, dalle sue dichiarazioni, doveva essere il toccasana, la chiave di volta, l’incipit di un nuovo capitolo di successi. Il problema? Forse questa mossa doveva essere fatta qualche partita fa, quando la squadra sembrava più una banda di amici che un complesso calcistico professionale. Ma si sa, la pazienza è una virtù che i tecnici preferiscono sacrificare pur di non ammettere che forse, solo forse, hanno dormito sugli allori.
Il portiere: Maignan in versione supereroe
In campo, Maignan si dimostra l’unico a non perdere la testa, confezionando una prestazione di livello superiore. Ottanta minuti di silenzio, di massima concentrazione, e poi, sulla fine dell’incontro, ecco il suo intervento degno di una parata di un campione assoluto. Come se il Milan avesse bisogno di un motivo per festeggiare, e lui, con i guantoni ben indossati, fa il suo lavoro con la solennità di un monaco di clausura.
Difesa e il dramma dei secondi, terzi e quarti piani
Tomori, che parte da braccetto di destra, si presenta come il classico eroe di cartone animato: coraggioso, puntuale, ma spesso poco incisivo. La sua presenza si fa sentire meno come una sentinella e più come un attore di secondo piano in un dramma che, purtroppo, non riesce a trovare il suo protagonista forte e convincente. La difesa, in ogni caso, ha avuto il suo bel da fare, cercando di tamponare le falle e di non lasciar andare troppo avanti gli avversari, che di fronte a un Milan così, pestano sulle tabelle come se non ci fosse un domani.
Il tridente: dovrebbe essere la svolta?
Il vero cuore dell’ottimismo in questa partita—se così si può chiamare—è il tridente offensivo che, evidentemente, avrebbe dovuto essere il biglietto da visita della squadra rossonera. Ma il risultato dice altro, e l’unica vera svolta pare essere quella di aspettare il ritorno delle solite tattiche conservative, magari con qualche pioggia di percentuali di possesso palla e tante scuse per i tifosi che, tra un consumo di popcorn e l’altro, cercano di capire se davvero un tridente può risolvere problemi di lunga data o se è soltanto un’illusione di marketing.
Sordo, muto e spesso inutile
Gli applausi si fermano spesso al solo gesto del tifoso che, tra il sarcasmo e il rassegnato struggimento, si chiede se questa squadra, o meglio questo management, abbia davvero capito qualche cosa di calcio. La verità, ahimè, è che ancora una volta si predica bene e si razzola male: si promette innovazione, si prova a vendere soluzioni miracolose, e nel frattempo il fanatico di turno si accontenta di qualche minuto di gloria, sperando che almeno il tridente porti un po’ di fortuna, anche se si sa, nel calcio spesso la fortuna è un concetto che sta nel cuore dei tifosi e non sugli schemi di gioco.
Un affresco di illusioni e realtà
In questa partita di chiaroscuri, divertimento e delusione, si può forse intravedere un messaggio più profondo: il calcio, come la vita, ha pochissimo a che fare con le tattiche e le formazioni, e molto di più con la capacità di incassare gli schiaffi e rialzarsi, magari con uno stile che sembri meno una recita e più una battaglia quotidiana. Ma finché si continuerà a cercare la svolta tra un tridente e l’altro, c’è il rischio che il vero protagonista rimanga sempre e solo un’eterna promessa.








